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mercoledì 23 settembre 2020

Non c’è posto dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio


Sembrerebbe che negli stadi pian piano stiano per tornare gli spettatori. Bisognerebbe però farlo con grandissima cautela: non possiamo permetterci un ulteriore forte incremento dei contagi come sta avvenendo copiosamente in nazioni che si trovano gomito a gomito con la nostra.
Però che bello sarebbe tornare alla normalità, con stadi pieni, colorati e fare un po’ di sano tifo per la propria squadra.
Perché, come diceva Camus, “non c’è altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”…
Siete d’accordo?

martedì 24 settembre 2019

46.697 spettatori "en San Mamés"


Il calcio a Bilbao è una religione. L’attaccamento della città alla propria squadra, l’Athletic Club, è notevole e si percepisce già molte ore prima dell'orario di inizio delle partite in casa.
Nelle vie del centro almeno la metà delle persone è vestita con le maglie biancorosse della squadra bilbaina e gioiosamente occupa con questa "divisa" i tanti e vivaci locali e bar della città, soprattutto all'ora dell'aperitivo quando pintxos e bevande alcoliche impazzano in deliziose piazze e piazzette.


E' probabilmente l'orgoglio basco e il forte attaccamento alla terra di Biscaglia che spinge una città intera a sostenere la squadra.


Quando sono stato a Bilbao ho assistito ad un bel match in casa dell'Athletic, in occasione del recente derby basco contro la Real Sociedad di San Sebastian, vinto dai padroni di casa per 2-0.

La prima pagina di "Marca" il giorno dopo la partita
Ed ho voluto respirare lentamente l'atmosfera pre-partita, recandomi dal centro a piedi fino allo stadio, una bella passeggiata di circa 2 km.


Dalla splendida area intorno al museo Guggheneim fiumi di gente con addosso magliette del Bilbao più o meno recenti si incamminavano pian piano verso lo stadio. Man mano che ci si avvicinava a quest’ultimo, le strade e i viali erano sempre più piene e dense di tifosi, anche in corrispondenza di taverne e locali dove bere una buona birra o mangiare qualcosa prima della partita (c'era tempo, visto che iniziava alle 22). Le stradine strette erano addirittura gremite, in una sorta di fiume fluttuante di folla biancorossa che ogni tanto inneggiava alla squadra o ai suoi principali beniamini.


E poi cominciava a spuntare appunto lui, imponente e illuminatissimo, il San Mamés. Uno stadio che ha una lunga storia, collocato in un luogo dove un tempo sorgeva la chiesa omonima (Mamés era un cristiano che i romani diedero in pasto ai leoni, che però non vollero mangiarlo; e non a caso i giocatori del Bilbao vengono chiamati i “leones”).


Lo stadio, che un tempo veniva chiamato la Catedral, è stato completamente rinnovato sei anni fa ed ora è veramente bellissimo. Un gioiellino moderno, illuminato di sera con colori cangianti e con un grande schermo incastonato nella sua parte esterna.
All’interno, invece, figura un bel bar-ristorante (frequentabile anche nei giorni infrasettimanali) che si affaccia, tramite un'ampia vetrata, sugli spalti e sul campo di gioco.


Nello stadio sono presenti inoltre anche un museo che racconta la storia della squadra (sono possibili anche visite guidate) e un negozio con merchandising ufficiale dello stesso team. Una squadra che per inciso è di per sè molto particolare, con una filosofia tutta sua: i suoi giocatori devono essere baschi o originari della regione o perlomeno devono avere una formazione calcistica nelle giovanili di una squadra basca. Sarà anche per questo che i suoi tifosi sono così attaccati ai suoi colori?
Vedere una partita dell’Athletic al San Mamés per un qualsiasi tifoso di calcio è un’esperienza da non perdere.


Lo stadio al suo interno è stupendo, con gli spalti attaccati al campo, un pubblico festante, rumoroso e numeroso (46.697 erano gli spettatori “en San Mamés”, come recitava il tabellone luminoso quando ci sono andato) che tifa, canta e intona cori praticamente per tutta la partita.


Il clima è quindi molto “caldo” e per ogni squadra avversaria è difficile spuntarla in questo catino infernale.Ad inizio di questo campionato, ad esempio, anche il Barcellona è caduto al San Mamés e l’unica squadra italiana che vi ha vinto alcuni anni fa è stata il Torino (anche la grande Juventus, nell’anno in cui vinse la coppa Uefa nel 1977-78, perse al San Mamés per 2-1).
Un video emblematico ed approfondito del clima del San Mamés può essere quello che potete vedere a questo link che spiega meglio di tante parole quello che è l’approccio alla partita dei tifosi e la loro infinita passione per la loro squadra.
E’ bello anche essere accolti all’interno dello stadio da hostess e steward con indosso un tipico cappello basco e mangiare al bar interno dello stadio, dove può capitare di assaggiare tipicità locali. Ad esempio, si può consumare, tra gli altri, un panino farcito con l’ottimo formaggio locale Dop Idiazabal.


Dopo la partita la vicina metro, fermata San Mamés appunto, si riempie come un uovo degli stessi fiumi di tifosi di cui sopra.


Ma non c’è fretta di tornare presto a casa, anche se è già ampiamente passata la mezzanotte. Alla mia domanda al punto informazioni sull’ora di chiusura della metro il giorno della partita la risposta è stata molto semplice: “Non c’è problema, la metropolitana resterà aperta tutta la notte”.


La fiesta cominciava allora…

Ps al momento l'Athletic Bilbao è al primo posto nel campionato spagnolo insieme al Real Madrid!

mercoledì 4 settembre 2019

Sbirciando nel Rispoli


Quest’anno durante le mie vacanze ischitane sono tornato nella via dell’antico stadio dell’Ischia calcio, il Rispoli.
Da tempo questa squadra non gioca più qui (vi si allena solo), ma è sempre bello tornare a vedere, sia pur da fuori e sbirciando tra le sue cancellate chiuse, questo “glorioso” stadio, che per anni è stato il fortino di questo team.
Un campo dalla capienza di circa 2.000 persone che un tempo era in terra battuta (ora è in erba sintetica) e che è stato teatro di tante belle vittorie dell’Ischia, che arrivò anche fino alla C1.


I miei ricordi legati a questo stadio risalgono a tanti anni fa quando durante le mie vacanze estive, da ragazzo, mi divertivo a vedere le partite amichevoli dell’Ischia o i match della squadra ad inizio stagione.
In uno di questi, in un pomeriggio di fine estate, poco prima della fine della partita il cielo si scurì improvvisamente e successivamente sull’isola si abbatté un acquazzone epico (qualcuno oggi parlerebbe di “bomba d’acqua” ;).
Non tornai a casa presto, non avendo l’ombrello, e mi rintanai sotto la tribuna coperta centrale per parecchio tempo. Mio cugino invece arrivò molto prima di me nella casa in affitto della sua famiglia, ma con le gambe colorate della stessa tinta dei pantaloni… ;)

giovedì 11 ottobre 2018

Valentía, coraje y nobleza


Madrid. Periferia della città, anche se dal centro ci si arriva con sole 7-8 fermate di metropolitana. Appena si esce dalla metro (la fermata è quella di Portazgo, Linea 1), lo stadio si trova, imponente, giusto sopra, rumoroso e festoso il giorno della partita.



E’ lo stadio di Vallecas, che prende il nome dall’omonimo quartiere, campo di casa del Rayo Vallecano de Madrid, una squadra di calcio di serie A spagnola che non è certo il Real o l’Atletico, ma che ha una storia piena di fascino.
I suoi tifosi appartengono in gran parte a questo quartiere popolare e povero, che una volta era un paesino a sè e che, col tempo, è diventato una delle più grandi zone periferiche della capitale spagnola.
Qui vi abita gente che lavora sodo, che vive in maniera dignitosa e che considera questa squadra un emblema del proprio status sociale. Il Rayo, che ha quasi cent'anni di storia, mantiene quindi ancora una caratterizzazione popolare e operaia e i suoi tifosi più accesi e organizzati, chiamati Bukaneros, sono fortemente antifascisti e antirazzisti.
Lo stadio del Rayo, di circa 15 mila posti, è una bella struttura all’inglese, con campo attaccato alle tribune e presenta una sola curva, mentre l’altra è solo disegnata e su di essa campeggia un motto che recita “valentía, coraje y nobleza”. In compenso da quel lato vi sono palazzi alti al punto tale da poter vedere comodamente la partita dalle relative finestre.



I colori della maglietta del Rayo, una banda diagonale rossa su sfondo bianco, ricordano i taxi di Madrid, mentre calcisticamente parlando evocano la maglia del Perù o del River Plate, al quale pare si siano ispirati. Inoltre i giocatori di questa squadra sono chiamati "le strisce rosse", in spagnolo franjirrojos.


Il Rayo non ha mai conseguito grandi risultati sportivi. In Liga ha raggiunto al massimo l’ottavo-nono posto e spesso ha fatto su e giù tra la serie A e la serie B spagnola.



Quest’anno gioca ancora nella massima serie, dopo essere risalito di nuovo lo scorso anno vincendo il torneo di Segunda Division. Per la cronaca, ad oggi il Rayo è nelle ultime posizioni della classifica, con una vittoria, due pareggi e quattro sconfitte.
Durante il mio soggiorno a Madrid ho assistito alla bella partita Rayo Vallecano-Deportivo Alavès, finita con una netta vittoria degli ospiti, addirittura per 1-5.

Il biglietto della partita e la cronaca di "Marca" sulla stessa il giorno dopo
Per inciso, la squadra avversaria, basca, ha giocato davvero bene, esprimendo molta tecnica, un calcio di qualità e ottime ripartenze (non a caso al momento si trova nelle primissime posizioni in classifica).


Ma, a parte queste note tecniche, mi hanno colpito la commistione pacifica in tribuna tra tifosi delle due squadre e gli applausi degli sconfitti agli avversari a fine partita sullo sfondo dei cori festanti dei fans dell'Alavès. La stesso “mix” tra i tifosi delle due squadre è proseguito anche fuori dal campo, nei bar di fronte allo stadio.
Qui birra (quella che sponsorizza il Rayo è la buona Mahou) e bocadillos (ad esempio con tortilla) acquistano un sapore ancora più speciale quando gustati in compagnia.


Anche questo è (o dovrebbe sempre essere) il bello del calcio!

domenica 13 agosto 2017

Il giro d’Europa in 55 nazioni

Foto credit Matt Walker, autore del sito 55footballnations.com
Ho letto recentemente un interessante articolo sul magazine della Gazzetta dello Sport “Sport Week” riguardante il bellissimo progetto di un tifoso inglese di vedere dal vivo, nella stagione 2017-2018, una partita di ciascuno dei 55 campionati nazionali esistenti in Europa.
Il protagonista di questo intrigante viaggio è il quarantenne Matt Walker, uno statistico che per compiere questa “impresa” ha dovuto prendere un anno di aspettativa al suo ufficio.
Da buon statistico Matt ha ritenuto fattibile il suo progetto, riuscendo ad “incastrare” tutte le date dei match da lui scelti dei diversi campionati.
Finora Matt, come si evince dal suo interessante sito dedicato al progetto, ha coperto dodici campionati: l’ultima partita da lui vista ad oggi è quella del campionato lettone tra Spartaks Jūrmala e Riga finita 2-0 per i padroni di casa.
Il suo progetto rappresenta un’autentica sfida: quella di essere il primo tifoso/giornalista a portarlo a termine e il primo a scriverne. Matt vedrà anche partite minori di grandi campionati come quello italiano e non mancherà di assistere anche a un match di una squadra del Liechtenstein. Questa piccola nazione non ha però un suo campionato, giocando i suoi team soltanto nelle diverse divisioni svizzere.
Vi invito a seguire le narrazioni e le foto di Matt sui social (Facebook, Twitter, Instagram) e sul suo intrigante sito, perché ne vale veramente la pena. Prima di leggere il libro che esaurientemente parlerà di questo suo stimolante ed itinerante viaggio che a sua volta terminerà poco prima dei mondiali di Russia.
Io sto già seguendo da un po’ Matt e devo dire che la sua impresa mi fa tremendamente venire voglia di metterla in atto. Se non altro per apprezzare anche i campionati minori che hanno il loro fascino con tante belle storie, bizzarri colori di maglie e stadi da scoprire. Chissà, un giorno…

lunedì 20 febbraio 2017

L'altra squadra di Napoli

Ho trovato di recente sul web un interessante articolo su quella che fu un tempo la seconda squadra calcistica di Napoli, l’Internapoli.
Una squadra dai bei colori bianco e azzurri che giocava nel quartiere Vomero e nel mitico stadio Collana, il cui terreno fu calcato tempo prima anche dal Napoli di Geppson.
Nei primi anni '70 l'Internapoli sfiorò la serie B e vantava allenatori del calibro di Vinicio e Di Marzio (quest'ultimo solo vice) e giocatori come Massa o che poi fecero grande la Lazio dello scudetto 73-74, come Chinaglia e Wilson.
Ho visto una sola volta (con mio cugino) una partita dell'Internapoli al Collana negli anni '80, quando questa squadra già navigava abbondantemente nelle serie inferiori (forse serie D?). La partita era, per la precisione, Internapoli-Pomigliano e ricordo ancora che finì 1-3.
Per problemi legati anche al progressivo disinteresse degli investitori la squadra dell'Internapoli è pian piano finita nel dimenticatoio per poi scomparire definitivamente. Peccato!

domenica 12 giugno 2016

Un giorno a Campo Testaccio


Alcuni giorni fa, dopo aver fatto una golosa sosta dal Trapizzino a Testaccio ormai affermato street food romano, sono passato per caso davanti al Campo Testaccio.
Un luogo storico per la tifoseria della Roma calcio, che ha sostanzialmente segnato l'inizio dell'avventura sportiva di questa squadra. Il Campo Testaccio (inaugurato nel 1929) è stato infatti il primo stadio in cui ha giocato la Roma, un impianto all'inglese (il modello era quello dello stadio dell'Everton) con tribune in legno dipinte di colore giallo e rosso. E pensate che questo stadio ospitava all'epoca persino l'abitazione dell'allenatore del team capitolino...
Era un campo difficile da espugnare e dove molte squadre spesso soccombevano (rimane ancora nella memoria di qualcuno il famoso 5-0 inflitto nel 1931 alla Juventus).
La capienza era di circa 20 mila spettatori ed i prezzi erano mediamente alti, al punto che alcuni tifosi, per evitare di pagare il biglietto, salivano sul vicino Monte dei Cocci (di cui ho parlato qui) per guardare la partita, anche se la vista del campo non era completa.
In seguito il campo fu ristrutturato per problemi di parziale inagibilità, fin quando chiuse definitivamente nel giugno del 1940, anche per avere a disposizione uno stadio più grande. Qualche anno dopo, la Roma avrebbe vinto il suo primo scudetto, giocando appunto in un altro stadio, il Flaminio.


Vedere oggi il glorioso campo Testaccio in una forma quasi irriconoscibile e infestato di sterpaglie (si riconoscono nella foto solo o quasi i riflettori) fa un pò tristezza, ma se si pensa a quanta storia c'è dietro quell'erba alta....Se non altro il solo parlarne rende in qualche modo vivo questo posto e racconta, almeno parzialmente, la storia di un grande club.